C’è un momento, ogni anno, in cui basta aprire una scatola di dolci e la cucina si riempie di una promessa: croccantezza, zucchero a velo ovunque, e quel profumo leggero che sa di festa. Poi prendi una chiacchiera, la spezzi, la senti scoppiettare sotto i denti e ti accorgi di una cosa curiosa: dentro è quasi aria. Ed è proprio da lì che nasce l’altro nome, quello che sorprende sempre chi lo sente per la prima volta.
Il mistero svelato: perché “bugie” significa chiacchiere
In Piemonte e Liguria le chiacchiere di Carnevale sono spesso chiamate bugie. Non è un caso folkloristico buttato lì per ridere: è una metafora perfetta, quasi poetica, legata a ciò che succede al primo morso.
Le bugie sono:
- croccanti fuori, con una superficie che sembra “seria” e consistente
- vuote e leggerissime dentro, piene di bolle d’aria che le rendono friabili
Ecco il punto: una bugia, come la intendiamo nel linguaggio quotidiano, può apparire piena di sostanza, ma quando la “rompi” scopri che è priva di verità. Stessa dinamica, stesso effetto. Il dolce sembra importante, poi si rivela aria travestita da croccantezza.
Il bello è che anche “chiacchiere” dice la stessa cosa
Se ci pensi, persino il nome più diffuso, chiacchiere, cammina nella stessa direzione. Le chiacchiere sono parole leggere, pettegolezzi, discorsi che spesso non hanno grande sostanza. È come se, in diverse parti d’Italia, si fosse arrivati alla stessa idea con immagini diverse: un dolce che è soprattutto leggerezza, fragilità, suono, più che “peso” e ripieno.
Non a caso, esiste anche un proverbio antico che suona come una piccola lezione di cucina e di vita: “acqua e chiacchiere non fan frittelle”. In altre parole, con il vuoto, non costruisci qualcosa di davvero sostanzioso. Ed è esattamente questa l’ironia sottile del Carnevale: celebrare il leggero senza prendersi troppo sul serio.
Una questione di geografia: dove si chiamano davvero “bugie”
Se chiedi a Torino, la risposta arriva rapida: per molti torinesi e piemontesi, sono bugie e basta. In Liguria succede qualcosa di simile, con una naturalezza che fa pensare a una tradizione domestica, tramandata più per abitudine che per spiegazione.
Questo nome, però, è molto più specifico del Nord-Ovest. Nel resto d’Italia lo stesso dolce cambia identità come una maschera diversa a seconda della piazza.
Ecco alcune varianti famose, che spesso richiamano forma, croccantezza o lavorazione:
- frappe
- crostoli
- galani
- cenci
È affascinante: cambia la parola, ma l’esperienza resta quella, un nastro fritto che fa rumore, si spezza, e si scioglie.
Lo spirito del Carnevale: scherzi, apparenze e dolci “ingannevoli”
Chiamarle bugie è anche un piccolo omaggio allo spirito carnevalesco. Carnevale è il regno dell’apparenza, dei travestimenti, dello scherzo dichiarato. Tutto è un gioco di superficie: maschere bellissime che nascondono volti normali, risate che coprono la routine, e dolci che sembrano pieni ma sono aria e zucchero.
In questo senso, “bugie” non è un’accusa, è una carezza ironica. È come dire: ci lasciamo ingannare volentieri, perché questo inganno è buono.
Ingredienti base e una storia che arriva da lontano
La ricetta, nelle sue linee essenziali, è sorprendentemente stabile: farina, uova, zucchero, un grasso (spesso burro, a volte altri), poi frittura e zucchero a velo come neve finale.
E dietro questa semplicità c’è una radice antica. Si citano spesso i frictilia, dolci fritti di epoca romana, preparati nello strutto durante le feste. Una parentela di tecnica e di spirito, perché la frittura ha sempre avuto qualcosa di celebrativo, di eccezionale, di “oggi si fa festa davvero”.
A pensarci, è quasi un piccolo manuale di Carnevale: leggerezza, eccesso controllato, tradizione che cambia nome ma non anima.
Quindi, perché “bugie”? La risposta che non si dimentica
Si chiamano bugie perché sono croccanti e appariscenti fuori, ma vuote e leggere dentro. Una metafora gustosa, nata in Piemonte e Liguria, che trasforma un dettaglio fisico, quelle bolle d’aria irresistibili, in un’idea: a volte ciò che sembra “tanto” è solo un gioco. E a Carnevale, quel gioco, lo vogliamo proprio così.




