C’è un momento, quando assaggi un piatto francese ben fatto, in cui ti chiedi: “Ok, ma cos’è quel profumo?”. È sottile, quasi elegante, eppure ti resta in bocca. Il “segreto” che torna spesso, soprattutto nelle cucine transalpine, è una speciale pianta aromatica: il dragoncello (detto anche estragone). E no, non è solo una moda da chef, è un’abitudine radicata, pratica, e sorprendentemente furba.
La pianta che cambia tutto senza urlare
Il dragoncello (Artemisia dracunculus) ha un sapore pungente e raffinato, con una scia che ricorda un mix di anice, menta, sedano e una specie di “salinità naturale”. La cosa affascinante è proprio questa: non copre, ma esalta.
Quando lo provi su alimenti semplici, uova, pollo, verdure, capisci perché piace tanto. Ti dà la sensazione che il piatto sia “già sapido”, anche se non hai esagerato con il sale. In una cucina come quella francese, dove salse e riduzioni puntano all’equilibrio, è un alleato perfetto.
Perché i francesi lo amano davvero (e non solo per tradizione)
In Francia il dragoncello è considerato un’aromatica iconica, quasi una firma. Il motivo è concreto: il suo profilo aromatico si incastra bene con grassi, acidità e cotture delicate, cioè con tre pilastri della gastronomia francese.
Ecco dove brilla più spesso:
- Salse: la regina è la béarnaise, vellutata e profumata, spesso servita con carni importanti come il filetto. Anche una semplice vinaigrette cambia faccia con qualche foglia tritata.
- Condimenti “furbi”: è ottimo per profumare aceto, olio, ma anche per dare carattere a senape, maionese e salsa remoulade.
- Piatti delicati: pesce, frutti di mare, crostacei, ma anche asparagi, carciofi, funghi e cavolfiore. Il dragoncello non sovrasta, “illumina”.
In pratica, è una spezia che ti permette di aumentare la percezione di sapore senza appesantire, e questa è una qualità che in cucina conta tantissimo.
Un gusto che “punge” e pulisce il palato
Se dovessi descriverlo a qualcuno che non l’ha mai assaggiato, direi così: il dragoncello ha una piccantezza gentile. Non è peperoncino, è più una nota aromatica che arriva e poi ripulisce.
Per questo viene spesso usato anche in:
- Brodi di carne, dove aggiunge profondità senza rendere tutto “pesante”.
- Marinature, perché si sposa bene con acidità e aromi verdi.
- Stufati di pesce, dove aiuta a tenere il gusto “vivo”.
- Preparazioni cremose, perché taglia la rotondità con eleganza.
E quando lo provi, ti accorgi che non è solo “buono”: è preciso.
Fresco o essiccato? Cambia più di quanto pensi
Qui c’è un dettaglio che molti sottovalutano. Il dragoncello fresco è più deciso, profumato, quasi vibrante. Quello essiccato tende a essere più delicato e meno complesso.
In cucina francese si cerca spesso il fresco, soprattutto nelle salse e nei condimenti a crudo. Ma l’essiccato è utile se vuoi un aroma più discreto, o se stai preparando piatti dove non vuoi una nota troppo dominante.
E poi c’è un altro punto interessante: proprio perché aumenta la sapidità percepita, viene apprezzato anche in regimi con sale controllato.
Origini lontane e un piccolo “giallo” italiano
Il dragoncello arriva da molto lontano. Le sue origini sono legate a Siberia, Mongolia e Asia, e in Europa sarebbe stato introdotto già in epoca medievale, anche grazie ai crociati. Non a caso appartiene al mondo delle erbe aromatiche con una storia lunga, come molte piante della famiglia delle Artemisia.
In Italia, però, resta relativamente poco diffuso. L’eccezione più citata è Siena, dove compare in una salsa tradizionale con aglio, pane, aceto e olio extravergine. C’è chi ipotizza che l’abitudine sia stata rafforzata durante l’occupazione napoleonica, un dettaglio che rende tutto ancora più interessante: una pianta “francese” che lascia una traccia concreta in una città toscana.
Come usarlo a casa, senza sbagliare
Se vuoi capire davvero perché i francesi lo scelgono, prova così:
- aggiungilo a una vinaigrette semplice (olio, aceto, senape), poi condiscici verdure lessate,
- tritalo fine nella maionese per un panino o un’insalata di pollo,
- mettilo in una marinatura con limone e olio per pesce o pollo.
Il punto non è imitare la Francia. È scoprire una scorciatoia elegante: il dragoncello rende tutto più “finito”, come se al piatto mancasse solo lui. E spesso, era proprio così.




