Ti è mai capitato di mordere un caco e pensare, “Aspetta, ma questo è… croccante?”. È lì che scatta la curiosità, perché i cachi mela sembrano fare un piccolo trucco: hanno l’aspetto di un caco, ma sotto i denti ricordano davvero una mela. E no, non c’è nessun misterioso incrocio con il melo, c’è una storia molto più semplice, e sorprendentemente affascinante.
Perché si chiamano “cachi mela”
Il nome nasce da un’impressione immediata, quasi da banco del fruttivendolo: li guardi e ti vengono in mente le mele, poi li assaggi e l’associazione diventa inevitabile.
I cachi mela si chiamano così principalmente per due motivi:
- Polpa soda e croccante, che ricorda la consistenza di una mela, soprattutto quando il frutto è ancora sodo.
- Forma rotonda e dimensione media, spesso più “compatta” rispetto ai cachi tradizionali molto maturi e morbidi.
La cosa importante è questa: non sono il risultato di ibridazioni artificiali con il melo. Sono una varietà naturale di caco, selezionata nel tempo proprio per queste caratteristiche.
Il segreto è nei tannini (o meglio, nella loro quasi assenza)
Se hai avuto a che fare con un caco non maturo, sai di cosa parlo: quella sensazione “allappante” in bocca, come se la lingua si asciugasse. È colpa dei tannini, sostanze presenti in molte varietà, che rendono il frutto astringente finché non è molto maturo.
Nei cachi mela, invece, i tannini sono molto ridotti (o comunque poco percepibili). Risultato pratico: si possono mangiare anche quando sono ancora sodi, e quindi croccanti.
È un po’ come avere due frutti in uno:
- da sodo, regala una masticazione fresca e netta,
- col tempo, se lasciato maturare, tende comunque ad ammorbidirsi (anche se spesso meno “gelatinoso” di altri).
Quando si trovano e come riconoscerli
La stagione tipica va da ottobre a dicembre, con variazioni locali. In quel periodo compaiono spesso accanto ai cachi più morbidi, e la differenza si vede e si sente.
Per non sbagliare, cerca questi indizi:
- buccia arancione uniforme, spesso molto liscia
- frutto compatto al tatto, non cedevole
- polpa che, al taglio, appare più “pulita” e consistente
Un consiglio semplice, da esperienza quotidiana: se ti piace la versione “mela”, comprali sodi e lasciane uno a maturare, così capisci subito la doppia anima di questa varietà.
Nomi alternativi, stessa idea
“Cachi mela” è un nome comune italianissimo, ma non è l’unico. Potresti sentirli chiamare anche:
- cacomela
- melacaco
- kaki mela
- melo cachi
Sono tutti modi per dire la stessa cosa: un caco che, per aspetto e consistenza, strizza l’occhio alla mela.
Un passo indietro: che frutto è il caco
Il caco, scientificamente legato al genere Diospyros, arriva dall’Asia orientale, in particolare da aree tra Cina, Corea e Giappone, ed è coltivato da oltre 2000 anni. Anche i nomi raccontano viaggi.
In italiano diciamo “cachi” perché il termine deriva dal giapponese kaki (柿), usato sia per l’albero sia per il frutto. E poi ci sono i soprannomi locali, che rendono la storia ancora più umana: in varie zone si sente “loti”, “diospiri”, e persino “legnasanta” (in area napoletana), legato alla figura che si intravede tagliando il frutto.
L’albero della pace, una storia che resta addosso
Tra le curiosità più toccanti, c’è quella dell’“albero della pace”: alcuni alberi di caco sopravvissero all’esplosione di Nagasaki nel 1945. È un dettaglio che cambia il modo di guardare un frutto così quotidiano, perché ti ricorda quanto una pianta possa essere resistente, silenziosa, eppure presente.
La curiosità dietro il nome, finalmente chiara
Alla fine il “mistero” si scioglie in modo molto concreto: i cachi mela si chiamano così perché si comportano come una mela, soprattutto quando sono sodi. Niente incroci segreti, solo una varietà selezionata naturalmente, con pochi tannini, perfetta per chi ama il morso croccante senza aspettare la piena maturazione. E la prossima volta che ne affetti uno, probabilmente ci farai caso, quel nome non è un vezzo, è una descrizione precisissima.




