Cremor tartaro: quando lo avrete conosciuto non ne potrete fare a meno

C’è un ingrediente che spesso resta in fondo alla dispensa, quasi invisibile, finché un giorno lo provi e ti chiedi come hai fatto senza. Il cremor tartaro è proprio così: discreto, inodore, insapore, ma capace di cambiare la texture di un dolce con una naturalezza che sorprende.

Cos’è davvero il cremor tartaro (e da dove arriva)

Il cremor tartaro, chiamato anche cremore di tartaro, è il bitartrato di potassio: una sostanza che deriva dalla vinificazione dell’uva. In pratica è un residuo naturale che si forma durante la lavorazione del vino e che, una volta purificato, diventa un alleato prezioso in cucina.

Quello che lo rende interessante non è un “sapore segreto”, perché non ne ha, ma il suo comportamento negli impasti e nelle montate. È un piccolo gesto tecnico che dà grandi risultati, e questa è la parte che ti fa affezionare.

Come funziona: lievita, ma non da solo

Qui sta il punto chiave, e vale la pena capirlo bene: il cremor tartaro è un adiuvante della lievitazione. Da solo non fa crescere l’impasto. Il “trucco” nasce quando lo abbini al bicarbonato di sodio.

Acido + base, si incontrano nell’impasto e liberano anidride carbonica. Immaginala come una pioggia di micro bolle che si intrappolano nella massa, creando quella sensazione di dolce alto, soffice e leggero. L’azione è considerata più delicata rispetto a certi lieviti chimici, e per molti questa differenza si sente, soprattutto nei dolci “puliti” come ciambelloni, plumcake e impasti senza burro.

Dosaggi pratici (quelli che ti salvano la ricetta)

Se ti piace andare a colpo sicuro, questi sono i riferimenti più usati:

  • Impasti dolci: 1 bustina (circa 7-10 g) di cremor tartaro + 1 cucchiaino di bicarbonato ogni 500 g di impasto o farina.
  • Regola rapida: circa 1 cucchiaino ogni 250 g di farina, sempre con bicarbonato.
  • Albumi e meringhe: 0,5 g ogni 100 g di albumi, da aggiungere all’inizio della montata per ottenere picchi rigidi.
UsoDose indicativaQuando aggiungerlo
Lievitazione impasti1 cucchiaino/250 g farinaInsieme alle polveri
Dolci (500 g impasto)1 bustina + 4 g bicarbonatoNella farina setacciata
Albumi e meringhe0,5 g/100 g albumiAll’inizio della montata

Dove dà il meglio (e perché te ne innamori)

1) Dolci soffici e “nuvolosi”

Se fai torte da colazione, lo senti subito: la mollica diventa più alveolata, l’impasto sale con regolarità e resta leggero. Esempi tipici:

  • Torte tipo zebrata senza burro (spesso si usa un rapporto simile: 7 g cremor + 7 g bicarbonato per circa 260 g di farina).
  • Impasti ricchi e profumati, come un panettone aromatico casalingo (anche mezzo cucchiaino su 500 g di farina può fare la differenza).

2) Meringhe stabili, croccanti fuori e leggere dentro

Qui il cremor tartaro è quasi “magico” perché stabilizza gli albumi. Se hai mai visto una meringa che collassa o piange, capisci subito il valore di una montata più solida. Un riferimento molto comune è ¼ di cucchiaino su 3 albumi.

3) Piccoli usi furbi: panna e didò

  • Panna montata: una puntina in circa 200 ml può aiutare a mantenerla più ferma.
  • Didò fatto in casa: in alcune ricette si usa (per esempio 2 cucchiaini) per dare una struttura più asciutta e lavorabile.

Gli errori da evitare (così funziona sempre)

  • Non usarlo come se fosse lievito “completo”: senza bicarbonato, negli impasti non ti dà la spinta che ti aspetti.
  • Mescola bene le polveri e setacciale: la distribuzione uniforme è ciò che rende la lievitazione regolare.
  • Non esagerare con le dosi: troppo acido può sbilanciare la ricetta e rovinare la texture.

Perché, una volta provato, non lo molli più

Il motivo è semplice e molto concreto: ti dà controllo. Controllo sulla crescita dell’impasto, sulla stabilità degli albumi, sulla leggerezza finale. E lo fa in modo “silenzioso”, senza profumi invadenti e senza retrogusti. È uno di quegli ingredienti che non si notano finché non mancano, poi sì che te ne accorgi.

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